RUBRICA
Perché la psicoanalisi oggi? Cosa significa iniziare un percorso di psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico?
In un tempo che spinge verso l’omologazione e verso identità sempre più intercambiabili, il lavoro analitico resta uno dei pochi luoghi in cui la singolarità del soggetto può ancora essere difesa e rappresenta un tempo e uno spazio per trovare il senso della propria vita.
Un percorso di psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico è prima di tutto un percorso di cura che può intraprendere una persona che soffre per la presenza di sintomi, per un senso di malessere profondo e/o per un senso di insoddisfazione rispetto la qualità della propria vita. Tale percorso si articola in una o più sedute la settimana, spazio e tempo che permette il dispiegarsi dell’incontro con sé stesso.
Noi crediamo che la psicoanalisi come “parola che cura” sia un atto clinico che nasce nella relazione e che, proprio per questo, può favorire la trasformazione della vita psichica.“Il terapeuta non introduce la maturazione: fornisce un ambiente in cui essa può riprendere”. D. Winnicott
La psicoanalisi non promette felicità né soluzioni rapide.
La psicoanalisi dà la possibilità di pensare la propria esperienza e di riconoscersi nella propria storia.
La psicoanalisi chiede il tempo necessario perché un’esperienza emotiva, inizialmente impensabile, possa diventare pensiero. Un viaggio, quindi nella propria storia psichica che attraversa inevitabilmente zone dolorose dell’esperienza. È un lavoro che richiede la capacità di sostare nell’ambivalenza e di tollerare la complessità delle emozioni e delle contraddizioni interne.
La psicoanalisi rende la vita più facile? Rispondiamo qui con le parole di D. Winnicott: “Spesso la gente domanda se la psicoanalisi serva a rendere la vita più facile. É naturale che qualsiasi pretesa di questo genere debba venir considerata con sospetto. La psicoanalisi, che rappresenta in se stessa un processo penoso, non può cambiare il fatto che la vita è difficile. La cosa migliore che possa accadere è che la persona analizzata incominci a poco a poco a sentirsi meno in preda di forze sconosciute, sia interne che esterne, e sempre più in grado di affrontare, nel modo che le è più congeniale, le difficoltà connesse con la stessa natura umana, col processo di sviluppo e con la graduale costruzione di un rapporto maturo e costruttivo con la società”.
Ecco che allora il tempo è un elemento con cui non si può contrattare, manipolare, controllare, imprigionare in tempi stabiliti a priori o che rispettino scadenze.Il tempo del lavoro analitico non procede per improvvise illuminazioni né per interpretazioni risolutive capaci di dissolvere il conflitto con un gesto improvviso.
Ciò che nella mente si è formato nel tempo non può essere sciolto con un atto rapido di comprensione. L’esperienza analitica comporta l’avvicinamento a quelle zone della vita psichica che tendono a sottrarsi al pensiero.
Simona Argentieri ha ricordato come la psicoanalisi non sia una pratica di semplificazione, ma una disciplina che restituisce dignità alla complessità della vita psichica.
Il lavoro analitico non elimina il conflitto: lo rende pensabile. Riconoscere i propri conflitti, rintracciarne le radici nella storia personale, comprenderne le trasformazioni nel tempo significa acquisire una diversa libertà nel modo di viverli. Non esistono individui senza conflitto; esistono piuttosto individui più o meno capaci di pensarlo.
Il compito dell’analisi è di creare le condizioni perché il soggetto possa avvicinarsi a ciò che della propria esperienza è rimasto impensato. Wilfred R. Bion indica come compito fondamentale dell’esperienza analitica la trasformazione delle emozioni in pensiero.
Questo processo lento, irregolare e talvolta tortuoso non riguarda però soltanto il paziente. Coinvolge profondamente anche l’analista, l’analisi non procede in linea retta: conosce avanzamenti e stasi, passaggi di chiarezza e zone di oscurità in cui il senso sembra smarrirsi. Si percorre una strada — talvolta un quartiere, talvolta una città — alternando movimento e arresto, continuità e interruzione. Ci sono soste, deviazioni, tornanti che sembrano non finire, e sguardi perturbanti rivolti verso ciò che ancora non è pensabile.
L’analista deve poter tollerare questa geografia incerta senza cedere alla tentazione di guidare il percorso o di forzarne i tempi. Per sostenere questa posizione è necessario un assetto interno costruito attraverso la propria analisi personale e continuamente rielaborato nel lavoro di supervisione. Solo su questo terreno l’analista può accettare di non essere onnipotente, di non possedere sempre la chiave interpretativa e di confrontarsi con la propria imperfezione.
La psicoanalisi richiede una particolare capacità di abitare il dubbio. Vi sono momenti in cui il lavoro analitico richiede anche la capacità di tollerare una condizione di apparente inattività. Masud Khan ha descritto questa dimensione attraverso la metafora del “maggese”: lasciare il campo incolto, sospeso, non per abbandono ma perché possa rigenerarsi.
È necessario poter sostare in una condizione di non sapere, affinché qualcosa di autenticamente creativo possa emergere. Ci sono fasi in cui nulla sembra accadere, ma in cui, al di sotto della superficie, si muovono processi profondi. Saper sostenere questi tempi senza riempirli prematuramente significa permettere alla trasformazione di avvenire.
L’analisi diventa allora anche un lavoro di ricostruzione della propria storia.